Andrea Riccardi sulla deportazione degli ebrei di Roma: Memoria è anche sensibilità e speranza




Roma, 17 ottobre 2015 L'intervento di Andrea Riccardi alla marcia in memoria della deportazione degli ebrei di Roma avvenuta il 16 ottobre 1943.


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[Andrea Riccardi]: "Grazie, cari amici, a voi tutti, di essere qui. Sono più di vent'anni che ricordiamo insieme quel sabato nero, il 16 ottobre '43, e quest'anno è la prima volta che non c'è più Elio Toaff, che ha partecipato alla nostra marcia fin dall'inizio, che diceva: «Finché vivrò, verrò»; negli ultimi anni, qui vicino, era una presenza amica anche quando non usciva più di casa. In quel 16 ottobre, donne, uomini, bambini, anziani, ebrei furono strappati di casa per finire nella macchina della morte nazista. Allora, pochi, troppo pochi hanno pianto su di loro in una Roma spaventata ed occupata. «Vedendo i bambini ebrei rastrellati», racconta Fausto Coen, «qui vicino, una povera donna, in piedi, prese di tasca un rosario e cominciò a pregare, a piangere, a mormorare ritmicamente "povera carne innocente"»; era troppo. Lo sentiva la povera gente, come quel venditore trasteverino che la mattina del 16 ottobre fece correre la figlia a Trieste, ad avvertire gli ebrei vicini, perché scappassero. O come una professoressa, Amendola, di via Appia Nuova 21, che nascose a casa sua il giovane studente che vagava per Roma, amico di tanti di noi, Michele Tagliacozzo. O quel prete romano, Libero Raganella, che si presentò a un monastero di clausura, fingendo un ordine superiore, per nascondere una famiglia di ebrei. Storie belle, in un silenzio troppo grande, dopo che la città aveva accettato, nel '38, che gli ebrei fossero separati dagli altri. Da quella tragedia del '43/'44, ha preso fine, finalmente, una storia di distanza tra Romani, tra cristiani e ebrei; era troppo, doveva cominciare un'altra storia. Quando penso a quel 16 ottobre, mi tornano in mente le parole della Scrittura, del profeta Abdia, che dice: «A causa della violenza contro Giacobbe, tuo fratello, la vergogna ti coprirà, anche se tu stavi in disparte quando gli stranieri le deportavano le ricchezze, quando i forestieri entravano nelle sue porte, ti sei comportato come uno di loro; non guardare con gioia al giorno di tuo fratello, al giorno della sua sventura», fin qui la scrittura. Noi siamo stati sempre convinti che non bisognava lasciare da soli gli ebrei con il loro giorno di dolore, il 16 ottobre, giorno della sventura di nostro fratello, ma condividerlo. E condividere questo giorno è diventato, non solo un grande fatto di amicizia, ma un segno di speranza per il futuro. Infatti, questa memoria questo giorno è divenuto un fatto costitutivo dell'umanità e dell'identità di Roma, e la memoria è cresciuta tanto da coinvolgere non solo i più giovani, ma anche i nuovi italiani che vengono da lontano e hanno altre storie, religiose e culturali. Vivere questo giorno insieme è diventato un fatto fondante l'umanità di chi vive a Roma, un'umanità molto provata ma che esiste e che non cede. Nella crisi della città, nelle solitudine delle periferie, nelle lontananze di tante istituzioni, nella bolla del dibattito della politica, questi sono fatti di popolo che esprimono la voglia di condividere i dolori e i valori dell'altro, come una comunità di destino che si chiama Roma, Roma che ha voglia di vivere insieme. Questa è una speranza, perché per Roma c'è speranza grazie a tanta gente coraggiosa e umana. Ma come si diceva, ricordare il 16 ottobre, lo ripeteva una sopravvissuta, Settimia Spizzichino, che tante volte è stata qui, lei che era stata rapita, quel 16 ottobre, quella mattina, in un vicolo, qui vicino, dell'antico quartiere ebraico, diceva Settimia: «ricordare questo giorno rende sensibili alle cose terribili che ancora oggi succedono, alle lunghe file di profughi, con le loro valigie, con le loro povere cose, allo sguardo disperato dei bambini che scoprono che i loro genitori sono impotenti e umiliati; al terrore dei barconi, alla guerra, alla violenza a Gerusalemme e in Israele, alla guerra terribile in Siria e in Iraq, e anche agli esuli cristiani e rapiti in Siria». Diceva Settimia: «Ognuna di queste cose, mi fa rivivere la mia tragedia personale, mi riporta alla mente quello che ho passato». Cari amici, ricordare il 16 ottobre è per noi tutti, in tanti stasera, memoria, sensibilità al dolore e anche speranza per noi e per il mondo; per questo vi ringrazio di essere qui."