Andrea Riccardi all'evento ecumenico "Peace is the Future" 2014




L'intervento di Andrea Riccardi all'incontro internazionale di preghiera per la pace, dal titolo "Peace is the Feature", promosso dalla Comunità di Sant'Egidio per l'anno 2014.


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[Hilde Kieboom]: "Santità, Beatitudine, Eminenze, Eccellenze, cari amici, adesso ascoltiamo volentieri le parole di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio. Lo ringraziamo per aver avuto la visione di capire la forza che emanava dallo storico incontro di assisi dall'86, e per aver creato questo movimento di uomini e di donne, di amici della pace, che ha portato e porterà frutti di pace e di riconciliazione nel mondo intero."
[Andrea Riccardi]: "In questi momenti, il titolo del nostro convegno sembra appena un augurio. La realtà di oggi non è la pace. Non sembra nemmeno il futuro. La guerra è tornata sul territorio europeo tra Russia e Ucraina. L'architettura del Medio Oriente è saltata in due anni, mentre i profughi fuggono perseguitati dal Nord Iraq (ascolteremo una voce in proposito, ma colgo l'occasione per salutare con partecipazione il Patriarca Sako, che ha vissuto a lungo il nord Iraq e vive ora il dramma di un popolo di rifugiati). La Siria è in preda a una guerra dilaniante e inumana. Storie dolorose che nascono anche dalla riabilitazione dello strumento della guerra, e anche dalla commistione tra religione e violenza. In genere, si manifesta anche un peggioramento rispetto alle modalità della guerra previste dalla convenzione di Ginevra sui prigionieri e i feriti, nonché il diritto umanitario; guerre più disumane, se posso dirlo. Lo si vede dall esibizione della crudeltà, crudeltà, in genere, fino a ieri nascoste, da chi le commetteva e oggi usate come arma, in un tempo globale. Massacrare, far mostra dell'orrore, donne e uomini umiliati, cacciati dalle loro case, denudati, fucilati o peggio; bambini uccisi, giornalisti. Questo è il terrorismo: il culto della violenza che terrorizza e conquista. La pace non sembra il futuro; non lo sembra anche in grandi città, specie nelle periferie, dove domina la violenza diffusa delle mafie e della criminalità, quasi una guerra civile. In tanti paesi del mondo (ho in mente alcuni paesi africani), lo stato non protegge il cittadino che si ritrova nelle mani violente di gruppi criminali o pseudo-religiosi (ne parlavamo ieri con il cardinal Onaiyekan, che saluto, come saluto tutti gli ospiti nigeriani). Non evoco questi scenari per accrescere la paura. Il mondo globale - ce lo ha spiegato bene e autorevolmente il professor Bauman - è una terra di tante paure; il professor Bauman ha notato, tra l'altro, che la nostra generazione, pur essendo la più equipaggiata tecnologicamente nella storia, è forse quella che ha più paura e sente più insicurezza. L'uomo e la donna contemporanei si sentono isolati alla mercè di forze che possono aggredirli da lontano; vivono quella che il grande studioso Mircea Eliade chiamava «la paura della storia». Il cittadino, solo, associato, si sente incapace di fare la storia e nemmeno tenta; non ha potere, la politica non ha più potere. L paura non è solo un sentimento, diventa, talvolta, disprezzo per l'altro: altro di religione, etnia, diverso. La cultura del disprezzo è antica come la storia dell'uomo, ma in questo tempo di globalizzazione ha una sua riviviscenza impressionante. La paura genera violenza, talvolta violenza contrabbandata come preventiva nei confronti della presunta aggressività altrui. Cari amici, in questi giorni ci interroghiamo su pace e futuro, lo facciamo in Belgio a cento anni dall'inizio della prima guerra mondiale, quando questo piccolo paese neutrale fu travolto da un conflitto che nasceva lontano, mostrando che la guerra si contagia in un ambiente saturo di tensioni; e da guerra locale, europea, diventò mondiale. E colgo qui l'occasione per ringraziare le autorità e i nostri amici belgi della loro ospitalità, e per dire grazie a quanti hanno lavorato per la preparazione di questo incontro, volontariamente ma con fervore: grazie! Un pensiero particolare va, con molta simpatia, al caro amico, il vescovo di Anversa, Monsignor Bonny, con cui abbiamo realizzato questo evento, e un pensiero alla Comunità di Sant'Egidio del Belgio. Papa Francesco, qualche settimana fa, ha parlato dei conflitti contemporanei come una terza guerra mondiale, ma a pezzetti, a capitoli. E proprio in questo scenario ci poniamo la domanda: «La pace rappresenta il nostro futuro?». Ma chi siamo noi? Veniamo da lontano - mi permetto di evocare il nostro cammino - dal primo grande incontro tra le religioni, ad Assisi, la città di San Francesco, nel 1986, voluto da Giovanni Paolo II, al tempo della guerra fredda: lo chiamiamo «Il cammino nello spirito di Assisi». Giovanni Paolo II disse allora, cito: «Mai come ora, nella storia dell'umanità, è divenuto evidente il legame tra un atteggiamento autenticamente religioso e il gran bene della pace», fine della citazione. Religione e pace si compenetrano. Bisognava togliere fondamento religioso alla guerra, alla violenza, negare la base di ogni guerra di religione. Noi abbiamo continuato, dall'86, anno dopo anno dopo, raccogliendo uomini e donne di religione, umanisti, per lavorare sulla delicata frontiera tra pace e guerra. Lo abbiamo fatto nella convinzione che mai la guerra è santa e che solo la pace è santa. Abbiamo vigilato sulla frontiera tra guerra e religione. Si creano pericolose miscele, come tra la fine del ventesimo secolo e l'inizio del nuovo secolo, quando invalse l'abitudine di leggere i conflitti come guerra di religione o di civiltà; una terribile semplificazione di fronte alla complessità del mondo globale, semplificazione comoda per chi voleva un nemico, per chi non voleva faticare a capire l'altro, ma anche - dobbiamo dirlo - per chi voleva fare la guerra, o ergersi come nemico degli altri o del mondo. Guerre di religione? Uomini e donne spaventati si rassicuravano trovando un nemico da combattere, o avidi di potere cercavano legittimazione dalla religione. Lungo un cammino, dall'86, anno dopo anno, abbiamo chiarito che la pace è una cosa troppo seria per farne affare di pochi; allora, Giovanni Paolo II disse: «La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi», fine della citazione; da cui sgorga questo movimento di pace e di dialogo che ha coinvolto umanisti e comunità di credenti. Puntualmente, ci siamo ritrovati davanti all'obbiezione, di fronte ai conflitti in corso, «ma a che è servito il vostro dialogo?». Ma amici cosa sarebbe il mondo senza dialogo!? Papà Francesco, qualche mese fa, visitando Sant'Egidio, ha detto: «Il mondo soffoca senza dialogo». Sì, il dialogo tra le religioni, le culture, le persone è la risposta per vivere insieme, in mondi sempre più complessi, compositi. È una pratica quotidiana, è una cultura che diventa una proposta. Perché le guerre lasciano sempre il mondo peggiore di come l'hanno trovato inizialmente. Basta guardare gli ultimi due decenni: le guerre, nel mondo globale, hanno lasciato un'eredità avvelenata. Io non lo dico per convenzione pacifista, ma lo dico per una chiara coscienza storica di quello che è avvenuto: le guerre lasciano il mondo sempre peggiore; perché le guerre distruggono gli uomini, i paesi, le vite umane. Il rifiuto della guerra non nasce da generico pacifismo, ma dalla volontà di essere pacificatori, cioè affermare la via del dialogo. Eppure, di fronte ai conflitti, le sedi istituzionali di dialogo sembrano logore, mentre la cultura e la pratica del dialogo appaiono svalutate, come politically correct, come una proposta senza passione; sono irrise dal macismo di chi sta riabilitando la violenza e la guerra. Le religioni hanno una responsabilità decisiva. In questo mondo spaventato dalla crisi economica, in questo nostro mondo ci vuole un soffio che rianimi la speranza, che guidi alla coscienza di un destino comune. Perché le religioni mostrano che gli uomini fanno un unico grande viaggio e hanno un destino comune; questa è una coscienza basilare, semplice come il pane, e necessaria come l'acqua, quella di un destino comune da vivere nella diversità. Diceva un'antropologa, Germaine Tillion, che ha conosciuto il lager nazista: «Tutti i parenti, tutti differenti». Siamo tutti parenti, ma questa coscienza si perde nell'intrico degli odi, degli interessi, nei fanatismi. Amici, bisogna rianimare i cantieri dell'unità, soprattutto bisogna rianimare una tensione unitiva: tutti i parenti. Religioni e culture possono rianimare questa coscienza. «Siate semplici con intelligenza», diceva il grande Giovanni Crisostomo. Io ho in mente, in questo momento, due uomini di dialogo e di religione, cari amici, due vescovi cristiani, Mar Gregorios Ibrahim e Paul Yazigi, e con loro padre Paolo Dall'Oglio, rapiti da più di un anno in Siria, di cui non abbiamo notizie, e li voglio ricordare. E colgo l'occasione di salutare, tra noi, il patriarca Ephrem capo della chiesa siriaca, che è la chiesa di Mar Gregorios, un popolo credente, povero e indifeso, che per generazioni ha conservato la pace senza armi; benvenuto Santità. Purtroppo le religioni sono, talvolta, attratte dalla violenza, dal fanatismo disumano. Le religioni debbono riandare alla loro profonda forza di pace, e questo si manifesta nell'incontro, nella generosità, nel coltivare la dimensione spirituale dell'amicizia. La forza del cammino nello spirito di Assisi conferma solennemente che non c'è guerra e violenza in nome di Dio. Lo diciamo all'interno delle nostre tradizioni religiose, avvertendo che la violenza in nome di Dio è una bestemmia e tutte le tradizioni religiose parlano di un Dio paziente, misericordioso, compassionevole, lento all'ira. Bisogna, in questi tempi difficili, trovare l'audacia di ricordare che la pace è il nome di Dio. E trovarci, oggi, in questo anniversario della prima guerra mondiale, di fronte allo scenario difficile del conflitto, ci da la forza di affermare ancora che la pace è il nome di Dio. Questo vuol dire cercare la pace come il futuro dei nostri paesi, delle guerre aperte; ogni leader religioso, ogni credente, al di là della sua comunità, è chiamato ad essere uomo di pace. Questo comporta la crescita della passione della pace, comporta la crescita della forza di pace, capace di produrre idee nuove, rianimare i luoghi dell'incontro e ribellarsi ai destini di guerra. Cari amici, vi do il benvenuto con grande gioia, ma sento anche che questo incontro non è solo un incontro bello, ma rappresenta una necessità del nostro tempo. Sono passati 30 anni, da quell'86, quando cominciammo il nostro cammino; alcuni di noi, naturalmente, sono invecchiati, ma è aumentata la convinzione, in noi, che la guerra è la più grande stoltezza, e il dialogo e la medicina dei conflitti. E ancora più di ieri, oggi siamo convinti che la pace è un grande ideale, che può ispirare non solo politiche, ma anche esistenze umane. Sì, la pace è un'ideale calpestato, in alcune parti del mondo, ma deve risorgere. La pace è il grande ideale per società svuotate e senza ideali. Il nostro ideale è che la pace è il futuro."