Andrea Riccardi lancia la campagna per salvare Aleppo




Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, durante la conferenza stampa per il lancio della campagna di raccolta firme per salvare Aleppo, città di cultura e di dialogo, spiega la crisi in Siria e sottolinea l'importanza di questa Città da un punto di vista storico, culturale e, soprattutto, di dialogo e convivenza di diverse etnie.


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[Andrea Riccardi]: "Grazie, grazie Guido Bossa. Io vi ringrazio tutti per essere venuti qui. Noi vogliamo insistere sull'appello per Aleppo, perché Aleppo è al centro della feroce guerra in Siria, cioè si trova nella punta estrema degli scontri, tra numerose parti in conflitto: l'ISIS, il Dāʿish (che avanza da est), l'esercito di Damasco (che resiste da sud) e i ribelli della Free Syrian Army (che spingono da ovest). Inoltre, ci sono altri gruppi dalle parti di Idlib (a ovest) e c'è Al-Nusra. Vi rendete conto, da questi rapidi richiami, la complessità della situazione, una situazione aggrovigliata e insolubile: ogni attore può accerchiare l'altro in una battaglia senza fine. Intanto Aleppo muore. Noi stiamo assistendo, da più di due anni, all'agonia di una città, alla distruzione dei suoi monumenti. Io vi ricordo che Aleppo è patrimonio dell'umanità, tremila anni di storia, almeno: il luogo di passaggio della "via della Seta", la Cittadella, il Souq millenario, lo stupendo museo, con queste figure di Baal incredibili. Ma aldilà di questo, Aleppo è stata la città della convivenza, "la città dolce" la chiamavano; lì vivevano cristiani e musulmani insieme, e tra i cristiani numerosi gli armeni, una buona parte che si erano rifugiati durante i massacri di cent'anni fa, nel 1915, si erano rifugiati ad Aleppo ed erano stati accolti ad Aleppo. Era la città mitica dell'Hotel Baron, gestito dagli armeni, dove Churchill, dove Lawrence d'Arabia erano passati. Oggi tutto questo sta per essere distrutto. Sta per essere distrutto un mondo di convivenza, di coabitazione, di vivere insieme. Questo, secondo me, è il dramma: ogni giorno che passa, Aleppo muore. Muore perché è sotto questo incredibile assedio. Da un punto di vista storico, credo, non sia mai successo che una città è stata assediata in questo modo: l'uno assedia l'altro. E allora noi abbiamo lanciato, il 22 giugno, un appello per Aleppo, ed è iniziata una campagna di raccolta firme di personalità e di gente comune. Tra le firme spiccano quelle del Nobel Desmond Tutu, che c'ha fatto sapere, diciamo, quanto sente questa battaglia, Pérez Esquivel e oltre 100 parlamentari italiani. Vorrei descrivere il cammino che ha fatto questo appello, il cammino che ha fatto il nostro lavoro: contatti con l'ONU, in particolare con Valerie Amos, che è vice segretario dell'ONU, addetto all'assistenza umanitaria, perché qui c'è un appello... all'interno dell'appello c'è l'idea di aprire corridoi umanitari, corridoi umanitari in una città dove si deve smettere di combattere: fare di Aleppo una città libera, una città dove non si combatte. In questo senso hanno aderito Gianni Pittella, capogruppo dei socialisti e democratici europei; abbiamo parlato con l'Unesco, che è particolarmente interessata alla vicenda di Aleppo (Irina Bokova, che è direttore generale dell'Unesco, è stata qui a Sant'Egidio); si sta muovendo il Parlamento europeo e c'è stato un contatto importante con Martin Schulz; io stesso, come ha ricordato Guido Bossa, ho parlato a Mosca col ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Lavrov, sul problema della protezione delle comunità cristiane e dell'appello di Aleppo, mettendo a fuoco l'idea di aree di pacificazione: la situazione siriana non si può risolvere, è necessario creare aree pacificate. Siamo in contatto costante con il presidente del Comitato Internazionale Croce Rossa, Peter Maurer, proprio su Aleppo (e qui la Croce Rossa fa un grandissimo lavoro, è l'unica organizzazione con accesso alla città di Aleppo e che assiste la popolazione). C'è un consenso, bisogna dirlo, recentemente il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha fatto un appello: «Après Kobané, il faut sauver Alep», e il nostro Presidente, Marco Impagliazzo, ha incontrato, a New York, Ban Ki-moon, che si è dichiarato favorevole all'iniziativa. Ma qui, direi, c'è un blocco. Innanzitutto, questo blocco richiede di essere forzato da un impegno più forte dell'opinione pubblica. Voi sapete meglio di me, come la nostra opinione pubblica si accende e si spegne: quest'estate piangevamo su Mossul, che cosa è successo ora di questi cristiani che sono a Erbil o nei campi del Kurdistan. Questo è il primo punto. Noi vorremmo che si coagulasse un consenso ampio per salvare Aleppo. Questo non è stato fatto per Mossul; ritengo che su Mossul ci sia una grande responsabilità, perché la tragedia di Mossul era una crisi annunciata, e non è stato fatto per la piana di Ninive: era una crisi annunciata. Al contrario, io sono molto lieto che vi sia stata una mobilitazione per Kobane, la cittadina curda che tutti conosciamo. Noi non vogliamo che Aleppo diventi una nuova Mossul. Ci vuole un'azione diplomatica impegnata. A questo livello, io voglio sottolineare come un punto di possibile coagulo, l'impegno di Staffan de Mistura - che voi conoscete, inviato dell'ONU per la crisi siriana - il quale ha ripreso l'appello di Aleppo e lo sta sostenendo, mi risulta dai contatti con lui e dagli echi che noi abbiamo nelle varie capitali, con molto impegno, come un'idea di raffreddamento della situazione di Aleppo, «freeze zone», che salverebbe Aleppo dalla catastrofe. Guardate, noi siamo a un palmo dalla tragedia; basta che un gruppo vada 500 metri al di là dei suoi spazi, al di là delle periferie di Aleppo, e si può scatenare la tragedia, e Aleppo può divenire un cumulo di rovine in cui si annidano i combattenti. Non è mio compito dettare le modalità tecnico-giuridiche di come si può ottenere il risultato. È mio compito dichiarare l'interesse di molti, sottolineare il blocco, ma ribadire che è essenziale salvare la città. Qualcuno ci ha chiesto: «ma perché Aleppo e non un'altra città?». Beh! Aleppo è un simbolo: è un simbolo della cultura, è un simbolo della civiltà, è un simbolo della convivenza, e Aleppo può essere la proposta di un metodo per risolvere l'insieme di una situazione, davanti a cui noi non abbiamo soluzioni, anzi abbiamo politiche incoerenti, cioè: «zone pacificate». Qui non si tratta di sottrarre la sovranità sul centro della città ai siriani, si tratta di realizzare un accordo tra belligeranti, che purtroppo è ancora lontano, i maggiori belligeranti (una delle parti è l'ISIS/Dāʿish), ma altre sono parti minori. Quindi, Aleppo per diminuire le zone di scontro, Aleppo per diminuire le zone di scontro in Siria. E dare sangue ad Aleppo, dare ossigeno ad Aleppo, perché è una città che sta soffocando; aprire i corridoi umanitari. In questo, io vorrei ribadire, qui davanti a voi, un appello anche a nome dei firmatari, ai paesi e ai governi coinvolti, perché operino nel senso della salvezza di Aleppo, a iniziare dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ma credo che l'Italia, che si è rivelata disponibile, possa avere un gran ruolo, la Germania, e a paesi influenti nell'area, come la Repubblica di Turchia, che preserva la sicurezza del mausoleo di Suleyman Shah, a est della città: anche i nostri amici turchi sanno cosa vuol dire perdere Aleppo. Io credo che il ruolo delle Nazioni Unite è decisivo - Marco Impagliazzo ne ha parlato una settimana fa -, la possibilità di creare luoghi sicuri, «safe haven», sotto il controllo delle Nazioni Unite. Noi non pensiamo che nessuno si avvantaggerà di questo raffreddamento; un'operazione ONU non modifica la sovranità dell'area, né dà vantaggi operativi alle parti, ma se muore Aleppo sarebbe la distruzione di un mosaico di culture e di comunità religiose. Non piangiamo sui cristiani d'Oriente se non facciamo niente per Aleppo. Sarebbe un etnocidio, cioè un genocidio culturale, oltre che un massacro. E allora, qui vorrei dire due cose, alla fine: reiterare l'appello su Aleppo, e oggi noi lanciamo anche questo hashtag #saveAleppo, perché la rete sia solidale con quanto abbiamo detto, che possa mobilitarsi ovunque, noi dobbiamo ritornare a una concezione in cui la pace è richiesta dalla gente: la pace è una cosa troppo seria per essere nel chiuso dei corridoi dei militari e dei diplomatici; la pace ci riguarda tutti. Ci riguarda perché siamo tutti interdipendenti; la stessa Roma appare costantemente in alcuni deliranti messaggi, ma non vorrei ora parlare di questo. Si sta diffondendo una violenza diffusa incredibile; quello che oggi è successo a Gerusalemme è un fatto incredibile che noi condanniamo con durezza. Ma sono anni che Sant'Egidio dice che pochi possono fare la guerra ed è ora che si mobiliti - permettetemi di usare questo termine che non vuol essere retorico - il popolo della pace. Io credo che è possibile questo. Allora questo, reiterare quest'appello e il secondo, vorrei lanciare una grande conferenza internazionale sul futuro dei Cristiani in Medio Oriente, con la partecipazione dei capi delle Chiese ortodosse cattoliche e protestanti in Medioriente, e di esponenti della diplomazia internazionale, che si dovrebbe tenere a Cipro, lì a ridosso, tra il 5 e il 6 marzo del prossimo anno. Grazie."