Andrea Riccardi ricorda Seyfo, la strage dei cristiani dimenticata




L'intervento di Andrea Riccardi alla conferenza "Seyfo: Una storia cristiana dimenticata", tenutasi presso la sala convegni della Comunità di Sant'Egidio il 19 e il 20 giugno 2015, per ricordare, a 100 anni di distanza, la strage dei siriaci, ortodossi e cattolici, dei caldei e degli assiri nell'impero ottomano.


andrea riccardi, riccardi andrea, Assyrian Genocide (Event), Mass Murder (Disaster Type), seyfo, strage dei cristiani, strage dei siriaci, siriaci ortodossi, siriaci cattolici, caldei, assiri, strage dei caldei, strage degli assiri, impero ottomano, genocidio, tirchia
English Italiano
[Andrea Riccardi]: "Siamo qui per ricordare la strage di cent'anni fa, soprattutto nell'angolo più dimenticato di questa storia, Seyfo: la strage di siriaci, ortodossi e cattolici, di caldei e degli assiri. Non è un dettaglio; è una realtà storica che fa la differenza, perché studiando Seyfo noi capiamo che nel 1915 e anni successivi non è avvenuta solo la strage degli armeni, ma è avvenuta una strage dei cristiani. L'equivoco fu all'inizio: dimenticare gli altri cristiani. E infondo era comodo, perché si finiva per ridurre la strage a un fatto nazionale. Dopo la prima guerra mondiale, il patriarca siriaco Elia III scriveva all'arcivescovo di Canterbury (la chiesa anglicana era uno dei pochi rapporti internazionali del patriarcato siriaco), scriveva: «tutti i cristiani hanno avuto la stessa sorte dolorosa». Non si tratta di competitività tra vittime, sarebbe assurdo; del resto, i siriaci erano una chiesa piuttosto dimenticata dagli altri cristiani, una chiesa povera, restata fedele alla fede e a una tradizione spirituale ricca, in un mondo agricolo, accanto ai suoi monasteri, come nel Tur Abdin. Il grande storico Fernand Braudel parla di queste terre alte come un luogo di protezione: i maroniti nel monte Libano e, per esempio, i valdesi nelle montagne delle Alpi. La questione siriaco/assira non divenne un problema dopo la guerra mondiale. Esisteva la questione armena, alla conferenza di pace, perché la vicenda degli armeni era divenuta una grande questione nazionale, come quelle dell'ottocento greca, italiana, quelle della nazionalità dell'impero degli Asburgo. Non fu così per gli altri cristiani. Eppure questi cristiani conobbero stragi, crudeltà, marce dolorose della morte, separazione delle famiglie, espropriazione dei beni, distruzione delle chiese, conversioni forzate, rapimenti dei bambini e delle ragazze. Ha detto bene Sua Santità: «per loro ci fu un grande silenzio», un grande silenzio. Non solo il silenzio del negazionismo della repubblica turca, che è un fatto, che fu frutto di un'ideologia, ma anche frutto del fatto che una parte della classe dirigente della Repubblica di Atatürk era composta da giovani turchi, cioè da quelli che avevano fatto il massacro. Ma ci fu un silenzio delle chiese, non si poteva parlare perché una parte dei cristiani continuavano a vivere in territorio turco. Questi cristiani venivano definiti con un'espressione turca volgare, come «i resti della spada», i resti della spada. Nel 1986 cominciai a incontrarli, nel Tur Abdin o a Mardin, solo nell'intimità facevano qualche cenno a quel dramma conservato delle memorie familiari, per il resto in silenzio enorme. Eppure, chi visse gli eventi tragici del 1915 e degli anni successivi ebbe la sensazione che quello che era avvenuto andava ogni oltre misura umana, andava oltre ogni misura umana. Era troppo, troppo anche rispetto alle ondate di violenza a cui le minoranze cristiane erano abituate in Medio Oriente, troppo; Qualcosa di indicibile. Per questo tanti testimoni ne scrissero, come sa bene il professor Ternon. Solo nel caso di Mardin, tanti fissarono la memoria di quegli eventi sulla carta, locali e francesi; ma per decine di anni i loro testi restarono sepolti negli archivi. Non interessavano nessuno silenzio. Il memoriale del domenicano francese padre Rhétoré, forse più efficace sulla vicenda di Martin e della regione, fu pubblicato nel 2000 da Marco Impagliazzo, nel 2000, cioè tanti decenni dopo. Yves Ternon, appassionato studioso di questi problemi, segnala la particolarità del fatto: 80 anni di silenzio. I martiri restarono senza memoria, non ci furono processi di beatificazione. Solo Giovanni Paolo II nel 2001 beatificò il primo martire,l'arcivescovo armeno-cattolico di Mardin, Maloyan, figura preminente della cristianità cattolica composta da armeno-cattolici, siro-cattolici, caldei. E lo stesso anno, il 2001, quando Giovanni Paolo II parla di genocidio armeno, ma solo di genocidio armeno. Per Giovanni Paolo II non è un problema politico, ma il riconoscimento del martirio dei cristiani, come un dovere di una madre verso i figli caduti. Non era una questione politica. Giovanni Paolo II volle che la Basilica di San Bartolomeo, affidata a Sant'Egidio, fosse luogo memoriale dei nuovi martiri, perché i martiri dovevano essere ricordato. Anzi, affermava Giovanni Paolo II, nel martirio i cristiani sono già uniti. Modestamente, la passione con cui Sant'Egidio organizzato questo convegno, ha trenta/quarant'anni di storia. Io ricordo molto bene, un giorno a Damasco, nel 1984, al patriarcato, quando il compianto patriarca Zhakka mi accolse, con monsignor Paglia, Claudio Betti, accompagnato da Mar Gregorios di Aleppo, il patriarcato, il patriarca Zhakka, mi mostrò un quadro che ritraeva il monastero di Deir al Zafaran dicendo con tristezza: «noi veniamo da lì, ma di noi non resta quasi più niente». Ebbi un desiderio profondo di conoscere quei luoghi, e nell'ottantasei, un pellegrinaggio di Sant'Egidio, di più di un centinaio di persone, li visitò, constatando un senso di fine. A seguito di quel viaggio ci fu poi la vicenda di un nutrito gruppo di cristiani iracheni, fuggiti dall'Iraq a causa della guerra, e arrivati lì, che furono ospitati a Roma e aiutati andare in America. È dagli anni 80 che sentiamo un legame profondo con il cristianesimo siriaco, fatto di stima per un popolo umile e di martiri. Ma come comprendere i siriaci senza conoscerne il martirio? E il loro martirio è comune a quello dei Caldei, degli Assiri, dei cattolici. E qui noi vediamo come c'è una memoria religiosa dei martiri e come c'è una memoria storica. Quella storica, per quanto riguarda Seyfo, ha conosciuto, come diceva Sua Santità, negli ultimi anni, un grande sviluppo e ora con il centenario. Ma come sappiamo i centenari passano. Va ricordato come coltivare la memoria storica significhi narrare la realtà umana di dolore. La gente vuole conoscere le storie degli uomini e delle donne. Non si può dimenticare. Diceva Stalin con crudezza: «la morte di un uomo e una tragedia, la morte di milioni una statistica». Bisogna raccontare la morte di 1, 2, 3 uomini fino a un milione. Ma anche questo ha una connessione con il presente, in Medio Oriente, quasi nelle stesse zone, coinvolgendo oggi cristiani, yazidi, musulmani. Ma c'è anche una memoria religiosa dei Martiri, un modello è stato quello dei primi secoli. Per il Novecento, secolo del martirio, c'è stata poca capacità delle chiese di fare memoria. Ricordare, per una chiesa, vuol dire accogliere la memoria nel culto e nell'insegnamento; vuol dire lasciarsi provocare dalla profezia dei martiri. Noi oggi vogliamo fare un convegno storico con eminenti studiosi per ricordare. E come ha detto il patriarca: «il ricordo non chiede vendetta», ma il ricordo storico matura nella passione di una chiesa che ha vissuto questa storia. L'obiettivo della ricerca si unisce a quella che io chiamerei, con parola latina, «pietas», cioè «memoria partecipe verso i caduti». Introducendo questo convegno mi debbo porre una domanda: perché ci fu Seyfo? Ma per quale motivo? Perché i cristiani indifesi, apolitici, pacifici furono sterminati? Qual è il motivo? Il Comitato dei Giovani Turchi al potere a Istanbul volle una pulizia totale dei cristiani. La spiegazione ufficiale delle stragi fu che si trattasse di una risposta armata alle rivolte e alla collaborazione degli Armeni con i russi e alla loro volontà secessionista. Innanzitutto, è una risposta sproporzionata, ma non parlerò di questo. Mi chiedo solo: dov'è la rivolta siriaca? Dov'è la rivolta caldea? Dov'è la rivolta siro-cattolica? Florence Hellot-Bellier parlerà degli Assiri, che è una storia un po' particolare. Seyfo non è un caso dell'oriente confuso. Seyfo è una scelta lucida. Il disegno giovane turco di pulizia etnica degli armeni aveva un carattere nazionalistico, era figlio della cultura nazionalistico-ottocentesca che voleva creare le nazioni con l'assimilazione. I giovani turchi presumevano di assimilare i curdi perché musulmani fedeli al califfo, ma ben presto si accorsero che i curdi non erano assimilabili e cominciarono anche per i curdi le deportazioni continuate sotto Ataturk. E oggi taluni esponenti curdi riconoscono il grande errore storico di allora: collaborare ai massacri. Cari amici i massacri sono storie barbare, che non debbono diventare i numeri, ma rappresentano un dramma da ricordare. Ma queste storie barbare fanno parte di un progetto folle e razionale. Il progetto è: l'ingegneria etica per rimodellare la società ottomana rendendola tutta turca, tutta turca e distruggendo il mosaico di gruppi. Un cittadino di Diyarbekir la cui casa può essere ancora visitata perché monumento nazionale, Ziya Gökalp, seguace della sociologia di Durckheim e del nazionalismo europeo, fu l'ideologo dell'ingegneria razziale. Era cresciuto da bambino insieme ai siriaci, agli armeni, ai caldei di Diyarbekir; a Diyarbekir un liceo è ancora dedicato al nome di Gökalp. Forse Gökalp aveva giocato da bambino con i cristiani, perché a Diyarbekir sono aperti ancora una splendida Chiesa siriaca, una grande chiesa armena, una chiesa caldea anche se i fedeli si contano sulle punte delle dita. Nato nelle province orientali, Gökalp volle l'omogeneizzazione etnica. Lui sapeva bene chi erano i siriaci e come si distinguono dagli armeni, ma in una sua poesia sul nuovo mondo turco, intitolata «mela rossa», scrive: «Egli disse che è importante conoscere l'Est, disse che il popolo è un giardino e noi siamo i giardinieri, gli alberi non sono ringiovaniti solo dagli innesti prima è necessario potare l'albero". È chiaro, l'albero è la società ottomana; non ci vogliono gli innesti ma bisogna potare, tagliare, pulire. Questa è un'ingegneria che per lui diventa quasi poesia. Un'istituzione ottomana, la direzione per l'insediamento dei rifugiati alle tribù, sotto la guida di Gökalp, primo professore di Sociologia Istanbul, condusse ricerche scientifiche etnografiche sugli aleviti, curdi, gli armeni, gli assiri, siriaci. Si chiese: chi è assimilabile? I giovani turchi temevano che sacche territoriali, parti di territorio, omogenee, potessero essere la base per separatismi. Così si spiega la lotta agli assiri, combattivi, sulle montagne dell'Hakkari. Non capisco e non si spiega la lotta ai siriaci del Tur Abdin, che erano minoritari rispetto ai curdi, erano minoritari, e pure il Tur Abdin divenne uno spazio di caccia ai cristiani, una caccia all'uomo. Non si motiva l'accanimento l'accanimento militare contro Ain Warda, da dove i siriaci fortificarono la chiese e furono assediati da una smisurata truppa ottomana. Resistettero 52 giorni, più degli Moussa Dagh del celebre romanzo di Werfel. Un episodio di resistenza, tra gli altri, ci fu pure ad Hah, un villaggio con una magnifica Chiesa. È inspiegabile la concentrazione di forze militari turche contro il villaggio di Azakh, abitato da siriaci, cattolici e ortodossi. L'impero era in guerra, aveva sfide maggiori. David Gaunt nota che c'erano forze ottomane regolari e tedesche. Quel caso fu presentato dagli Ottomani come una rivolta armena che rischiava di collegarsi a quella del Sinjar, dove, come ha scritto Ternon nei suoi bei lavori, gli yazidi difendevano generosamente i cristiani. Queste resistenze sono episodi dell'epopea siriaca, che conobbe anche una resistenza armata, anche se la maggior parte furono uccisi, come dice un testimone, come pecore portate al macello. Mostrano, però, come ci fosse un eccesso di concentrazione militare turca; ma nell'immaginario turco bisognava eliminare la base etnica cristiana. È qualcosa che richiama, con tutte le differenze, l'accanimento nazista e tedesco contro gli ebrei, anche quando la Germania era in guerra. È un ragionamento razionale e folle, è una strategia razionale e folle, perché i siriaci non rappresentavano alcun pericolo e perché il vero pericolo era la guerra che gli inglesi, i francesi facevano all'impero ottomano; non un pugno di cittadini ottomani siriaci. Seyfo non fu un accidente. Fu il frutto di un disegno terribile: eliminare i cristiani che si sentivano sudditi ottomani, pulire la terra dalle minoranze non assimilabili. Tuttavia, per fare questo bisognava suscitare l'odio popolare. Come farlo se non in nome dell'Islam? C'è qui un altro aspetto di quella strage barbara: l'odio anticristiano. Il contadino anatolico non si sentiva turco, anche se parlava turco, ma si sentiva musulmano e il curdo sentito il richiamo del sultano califfo. La strage nazionalista degli Armeni divenne il Grande Jihad contro i giaour, contro gli infedeli. Come mobilitare le masse della cui manodopera e della cui complicità i giovani turchi avevano bisogno? Con l'odio anticristiano. Così furono colpiti siriaci, furono colpiti gli armeno-cattolici e i cattolici e faccio notare che la Sublime Porta aveva dichiarato ai tedeschi agli austroungarici, che i cattolici sarebbero stati esenti dalla persecuzione. Bisognava alimentare tra la gente l'odio al Cristiano. Qui c'è un altro motivo, cari amici: l'odio sociale. Spesso le minoranze, anche grazie all'aiuto dei missionari e delle loro scuole, avevano un livello di istruzione più alto. È meno il caso dei siriaci più isolati nel Tur Abdin, ma il console russo Nikitine nota l'odio per il livello culturale dei cristiani, tanto che da Istanbul fu mandata, nel 1913, una commissione per aiutare le scuole musulmane. L'odio fu accresciuto dall'impatto dei musulmani esuli dai Balcani e insediati in Anatolia dopo la nascita degli Stati balcanici. Ma mi vorrei chiedere: cosa c'entravano i siriaci con i bulgari? Eppure nell'immaginario che fu creato esisteva una bipartizione tra cristiani e musulmani; i vicini cristiani furono visti come parte dello stesso blocco dei bulgari e dei serbi. Fu una vera deformazione. L'odio sociale e religioso trasformò i vicini i nemici, ma questa gente aveva lavorato insieme. Questa è la storia dei genocidi, per questo si deve parlare di genocidio: è la costruzione della figura minacciosa della vittima; uccidere la vittima viene considerata difesa preventiva. questa fu una costruzione politica e religiosa, ma ebbe delle basi economiche. A Mardin non c'erano stati massacri all'epoca di Abdul Hamid, ma il valì di Diarbekir, Rechid, medico giovane turco, che si sentiva chiamato a espellere la malattia dal corpo turco e la malattia si chiamava «i cristiani», Rechid inviò a Mardin un deputato Feyzi Pirinççizade per portare i notabili sulle posizioni anticristiane; ascoltiamo un attimo le sue parole. Dice Feyzi ai notabili musulmani: «Chi vi trattiene dall'agire? La paura di dover pagare le conseguenze? Ma che cosa hanno fatto a quelli che hanno ucciso i cristiani sotto Abdul Hamid? Niente! E oggi siamo più forti, la Germania è con noi; sbarazziamoci dei cristiani per essere padroni in casa nostra». Questa è l'idea di tutto l'Islam: finalmente padroni in casa nostra. C'è l'idea dei cristiani come emanazione degli stranieri, specie dei francesi che erano intervenuti nelle faccende ottomane, spesso in nome della protezione dei cattolici, e la protezione delle minoranze è un'istituzione che i giovani turchi vollero abolire. Ma l'odio anticristiano fu alimentato da una predicazione religiosa. Ma non trascuriamo l'altra questione, spesso trascurata: i beni. Seyfo fu un grande sacco di beni dei cristiani, da parte dei curdi e dei Turchi: proprietà, monasteri, chiese, terre, attività commerciali e imprenditoriali. Questo sacco ha fidelizzato gruppi musulmani alla politica genocidaria, ha creato complicità e il sacco dei cristiani ha segnato la fortuna di alcune famiglie, che sono passate dal mondo ottomano alla Repubblica di Atatürk; le stesse famiglie. Ho citato la famiglia Pirinççizade, notabili di Diyarbekir, che furono coinvolti, differenti generazioni, nei massacri di Abdul Hamid nel 1915, nell'espulsione dei cristiani negli anni '20, ma che furono ministri e deputati della Repubblica. Ma il sacco dei cristiani non arricchì i musulmani, ma impoverì la Turchia. Permettetemi di dirvi questo: nel 1926 il grande pedagogista americano John Dewey fu invitato a conoscere la Turchia, e notò: ma che paese è questo? È un paese miserabile! La situazione economica, notò Dewey, è tragica! Gli esercizi commerciali dei cristiani sono ancora inattivi e chiusi. Turchizzare l'economia fu impoverire la società. Non parlerò a lungo. Vorrei dire che quello che avvenne nel 1915, e durante la prima guerra mondiale, fu una assurdità. Nessun omicidio si spiega, ma ci possono essere delle ragioni. Qui noi ci troviamo di fronte all'assurdo, a sangue sparso per un discorso ideologico. Nei territori ottomani c'erano tedeschi e austroungarici testimoni delle deportazioni; è ampiamente documentato - Yacoub lo sa benissimo. Ma fu così assurdo quello che avvenne, che nel settembre 1915 papa Benedetto XV scrisse un messaggio al sultano Mehemet V in cui ricorrono due parole: fatti inenarrabili e fatti indicibili. Vorrei leggere le parole del papà: «Ci giunge dolorosissimo l'eco dei gemiti di un popolo, che nei vasti domini ottomani è sottoposto a inenarrabili sofferenze; ci viene riferito che intere popolazioni di villaggi e di città sono costrette ad abbandonare le loro case, per trasferirsi con indicibili stenti in lontani luoghi di concentrazione, nei quali, oltre le angosce morali, debbono sopportare la più squallida miseria e le torture». Ma perché i cristiani inquietavano il potere? Debbo ricordare che questi cristiani non costruivano un fronte unico. Erano divisi. Ogni comunità - erano tempi non ecumenici in cui non c'era l'ufficio che ha ricoperto il cardinal Kasper, c'erano meno uffici in Curia, forse meno problemi, meno sogni - in quel periodo, tempi non ecumenici, ogni comunità aveva la sua strategia; non solo, ma le comunità erano in conflitto e il potere ottomano era utilizzato, spesso, da una comunità contro l'altra, e i massacratori giocarono sulle divisioni, per esempio a Mydiat fu fatto credere, ai siriaci, che sarebbero stati colpiti solo i cattolici protestanti, perché erano legati agli stranieri. L'eminente famiglia siriaca Safar, che godeva il titolo di pascià, si sentiva sicura, ma poi venne l'ora dei massacri dei siriaci, che si difesero. A Mardin, i rapporti tra siro-ortodossi e cattolici non erano buoni, alla vigilia della guerra, perché un vescovo siriaco - Ladho - era passato dalla chiesa ortodossa al cattolicesimo. Durante le violenze, i siriaci furono poco toccati a Mardin, altrove furono massacrati; ed io ho anche una spiegazione, perché a Mardin la metà della popolazione quasi era cristiana, e il potere ottomano non poteva fare la guerra metà della popolazione. Le comunità non erano un fronte unico, ma tutte soffrirono giorni amari e diabolici. Quest'espressione: «amari e diabolici», è stata scritta dal vescovo siro-cattolico Tappouni al suo patriarca. I caldei, nonostante fossero cattolici e quindi ufficialmente esenti dalle deportazioni, persero tre vescovi, tanto popolo, preti, monaci. A Seert, l'assassinio dell'arcivescovo caldeo Mar Addai Sher, quarantottenne (era stato nascosto da un agha curdo, ma poi fu preso), avvenne alla presenza di un testimone che lo scrive. Perché lo cito? Perché questo vescovo era un grande erudito, autore di libri, di storia nestoriana e aveva una grandissima biblioteca, in cui conservava documenti importanti, di storia; tutto fu bruciato nel 1915. Perché ricordatevi, cari amici, il genocidio del popolo si accompagna anche a un genocidio culturale. Libri, manoscritti, monumenti storici, chiese, ambienti millenari furono distrutti. Il genocidio culturale. Le strategie furono diverse, i caratteri delle comunità erano diversi: i caldei, gli assiri più montanari abituati a vivere coi curdi dell'Hakkari; c'è chi negoziò, chi pagò, come Mar Addai a Seert, ma presero i soldi li uccisero; chi provò a negoziare, come Tappouni a Mardin e tra l'altro Tappouni, poveretto, conduceva un'attività interessante: riacquistava i bambini cristiani messi in vendita sul mercato, Tappouni riacquistava i bambini cristiani; o chi, come la bella figura del vescovo siriaco Mar Filiksinos Ablhad a Ain Wardo: Mar Filiksinos predicò, nella chiesa-castello di Ain Wardo, sul dovere di resistere, invocando lo Spirito Santo, poi salì sul tetto della chiesa, dove digiunò e pregò per 17 giorni, fino a morire di sfinimento, mentre gli altri combattevano. Ma nessuna strategia fu vincente. Però vorrei sottolineare, prima di concludere - e il fatto che nessuna strategia fu vincente mostra la determinazione assoluta degli ottomani di uccidere - però il genocidio cambiò i rapporti tra i cristiani, cambiò. Vi cito un episodio: nel 1931, il delegato apostolico Margotti, con un viaggio allora lunghissimo, si recò in treno da Istanbul a Mardin, anzi da Istanbul a Lecco e poi da Lecco a Mardin, e racconta come alla stazione di Mardin fu ricevuto da tutti i cattolici uniti, e già una novità, ma appena arrivato a casa del vescovo caldeo, ricevette la delegazione protestante e una delegazione di vescovi siriaci guidati dal vicario patriarcale, nel 1931 i rapporti sono cambiati. E Margotti narra che la gente gli diceva: «vedete Monsignore, io ero sul terrazzo, vennero i turchi e sgozzare i miei genitori»; e una donna indica una casa e diceva: «quella era la mia casa, i miei figli li hanno uccisi lì». Io vorrei dire che il dolore dei sopravvissuti va ricordato e onorato. E vorrei ricordare anche i sopravvissuti che vissero obbligati a praticare l'Islam: donne, bambini. Il domenicano francese Réthoré descrive il mercato dei bambini che si faceva proprio di fronte al bell'edificio del patriarcato siro-cattolico di Mardin, un vero mercato. Purtroppo un bambino valeva come un agnello e i bambini sotto 2 anni non avevano mercato, ma venivano uccisi. Forse non ci sono, Santità, testimonianze di come i bambini videro questo. Un bambino racconta come i turchi sceglievano i ragazzi e le ragazze più belle e dice: «Con i miei fratelli e le mie sorelle ci stringevamo l'uno contro l'altro per non essere separati, attendendo nell'angoscia la nostra sorte. Eravamo pietrificati». Com'è possibile restare insensibili a tanto dolore quando si è credenti? Monsignore Balakian pose ad un funzionario ottomano questa domanda: «Ma come mai lei, Bey, che è un praticante musulmano, può uccidere tanta gente?». E il Bey rispose: «È il jihad, un dovere sacro: l'altro non esiste più; il bambino non è una persona, è cosificato». Ma noi dobbiamo essere onesti: non tutti furono dei massacratori; questo è il grande errore della storiografia negazionista: l'occultamento dell'azione dei giusti di cui si sono perse le tracce; ci sono giusti musulmani. Quando parliamo di Seyfo dobbiamo parlare dei carnefici, ma non dobbiamo dimenticare i giusti: Haidar Bey, valì di Mosul, si opponeva ai massacri; il mutasserif di Mardin difese i cristiani e corse dal vice Console tedesco a denunciare l'accaduto. I funzionari ottomani resistettero, ma anche la povera gente, come il pastore curdo Salimo, di Mydiat, che fu informato del progetto di uccidere i siriaci e avviso la famiglia siriaca Abdyo: «Voi siete stati generosi con me e io lo sono con voi». Ci sono curdi che nascosero i cristiani, ma ci furono anche grandi cheick, come Fatullah Hamidi, leader sufi, che mediò tra i cristiani di Ain Warda e gli ottomani. Cari amici, io ho concluso. Io credo che la memoria storica restituisce lo spessore drammatico e umano a questa storia, che è una storia terribile. Vedete, le ossa di queste persone hanno avuto la tomba nelle campagne della Mesopotamia settentrionale e qualche volta ancora affiorano. Ma noi siamo convinti che la memoria non debba essere sepolta sotto la cenere; ricordare è un debito di memoria per tante vite rubate, ai bambini, agli adulti, agli anziani. Ricordare per le chiese siriaca, caldea siro-cattolica e assira, vuol dire porsi il problema di come essere fedeli a quel martirio. Ma è un problema di tutti, perché quel martirio è un'eredità di tutti. Ricordare non è odiare o fornire materiale per l'odio. Sua Santità ha parlato di riconciliazione, ma la riconciliazione parte dal riconoscimento dei testimoni del martirio, ma dal conoscere questa storia umana, non dal ripetere i numeri, perché i numeri li sappiamo tutti, perché anche 500 mila morti, ma sono migliaia di famiglie, di bambini, di dolori e di pianti. Io vorrei concludere con una frase, detta da un'anziana armena di Havav, nella regione di Palu, che era una bambina felice, venne un giorno terribile, non morì ma fu costretta a convertirsi all'Islam e nascose il suo cristianesimo per decenni; da vecchia chiamò sua nipote e le disse: «Io non sono musulmana, io sono armena», e le indicò un libro che aveva con sé, un libro che non sapeva leggere, era una Bibbia in armeno, e le disse: «Questo è il libro del mio Dio, io non lo so leggere, ma è il mio libro», e poi le disse: «Figlia mia, che quei giorni se ne vadano e non tornino più». Noi vogliamo ricordare, ma vogliamo anche pregare perché quei giorni se ne vadano, se ne vadano per sempre e non tornino più. Questo è l'auspicio e mi permetto di dire, per noi che crediamo, è la nostra preghiera: che quei giorni non tornino più!